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I reality. Il cibo. A metà fra un corso di sopravvivenza e una cultura secolare. L'occasione per la riscoperta di una qualità. Ma anche la paura che, di nuovo, si banalizzi tutto...

C'è qualcosa di nuovo nell'aria, ma forse anche d'antico... Prendi l'alta cucina, e tutti i reality che gli girano attorno.. Una volta per i media al centro dell'universo c'erano solo gli oroscopi, che te li infilavano dappertutto, ad ogni orario e trasmissione, dai programmi per bambini a quelli per gli adulti. Oggi, per la fortuna e la solidità economica di chi l'ha capito per prima (prendi la Clerici con il suo format televisivo che ha fatto da pioniere ad un mondo), il posto dei segni astrologici e dei destini scritti nel cielo è stato preso dal cibo, e dalla idea del cucinare. Potrebbe essere un cambio di stile, dopotutto cultura è prendere qualcosa che sembra scontato e banale e farne invece elaborazione, ragionamento, e questo con quello che portiamo in tavola attraverso i media sembrerebbe poter essere avvenuto.

Ad esempio, abbiamo una covata di chef stellati che ad ogni ora ci insegnano, consigliano, dimostrano.

E poi i reality show, dove una volta si ballava e si piangeva per un passo venuto male oggi si sfiora il dramma esistenziale davanti ad un risotto con un incerto “equilibrio di sapori”.

Certo, poi viene Crozza, che dimostra che alla fine un bel piatto di rigatoni, fatto alla giusta maniera, magari anche come viene, ha il suo bel valore sostanziale, più di altri “manicaretti” che sembrano avere un titolo da “poesia” invece che da qualcosa destinato a finire, ben o male, nello stomaco di ognuno.

Ormai la cucina è diventata design, arte, espressione e forse, alla fine, anche sapore. E parallelamente, i cuochi sono diventati personaggi, dicitori, sex symbol e forse, anche, parallelamente, dei professionisti del gusto.

Insomma, parlando di cibo si è usciti dal banale, e sembrerebbe si sia entrati nel “colto”, o almeno nel cult...

Però, però, qualcosa non torna.

Il primo allarme è suonato ascoltando un Gualtiero Marchesi un po' malinconico che con un soffio di rammarico si lamentava di come in tv ci fossero sempre gli allievi, ma mai venisse chiamato il maestro. Inutile dire che il maestro è lui, la persona che davvero, andando controcorrente al popolare, ha fatto della cucina una stanza di cultura proprio negli anni in cui i supermercati facevano del cibo, un consumo quantitativo a prescindere dalla qualità.

Ascoltando Marchesi, verrebbe da chiedere quale presunta “arte” abbia il diritto di dimenticare ciò che possono ancora insegnare i maestri autentici.

E' che poi, basta premere il telecomando e vedi suoi allievi accanto al sacchetto delle patatine industriali da pubblicizzare, e allora, forse, questo aiuta a comprendere. Purtroppo il consumo, e il mercato, hanno il potere di divorare tutto, anche ogni buona volontà.

Magari si può sostenere che non c'è niente di sconveniente a sentirsi popolari, e qualche volta accostarsi al prodotto che si trova negli scaffali del supermercato è accettabile, ma se a dirlo è chi in altra e più alta versione esalti l'unicità delle patate di Rotzo o i pistacchi di Bronte, la commistione rischia di suggerire che tutto è accettabile e alla fine, tutto è anche uguale.

Già, il maledetto cortocircuito di questa Italia. Siamo nati per la qualità ma allo stesso tempo esaltiamo la furbizia. Amiamo l'autentico ma se,costa un centesimo meno, propendiamo per il tarocco di incerta provenienza, e via così...

Anzi, stop, che è meglio

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